E se non ci fosse neanche la legge di iniziativa popolare?
Ritorno sull'intervento di Michele Bonicelli "Perché la scuola non funziona" perché credo che valga la pena, al riguardo, di allargare confronto e analisi.
È
fuori discussione che in questi giorni la scuola e i suoi problemi,
abbiano trovato un nuovo spazio sui media, impensabile al tempo della
Moratti.
Una cronaca, ormai quotidiana, mirata a dare una immagine torbida, degradata e impotente.
Allora il silenzio era d'obbligo per evitare che a qualcuno venisse in
mente di collegare il degrado a una operazione mirata di riduzione
progressiva di risorse umane e materiali. Oggi, paradossalmente, il
clamore serve per lo stesso motivo.
Che la scuola, nel suo complesso, funzioni male, o in alcuni casi, non
funzioni affatto lo sappiamo bene. Tant'é che una delle accuse che
rivolgevamo alla signora Brichetto era quello di dare legittimità
legislativa alle sconfitte della scuola, normando la selezione di
classe e valorizzando l'uso individualistico e mercantile dei processi
di istruzione.
Per chi come noi ha cercato di mantenere alta l'attenzione sul valore Costituzionale
della scuola per la costruzione di una società in cui tutti
e tutte possano agire consapevolmente e abbiano effettivamente pari opportunità, nasce
spontaneo un forte sospetto. Sospetto che diventa certezza quando verifichiamo
la sostanziale continuità delle politiche scolastiche con il precedente governo
anche in ambiti in cui non è in discussione nessun aggravio per le casse dello
Stato.
Ieri come oggi, chi ha partecipato al percorso della legge di iniziativa popolare
non si è mai posto neanche per un attimo l'idea di costruire un modello pedagogico
di sinistra, più semplicemente e concretamente ha cercato di esprimere le condizioni
necessarie per una buona
scuola, appunto, per la Repubblica, solidamente ancorata alla funzione
che la Dichiarazione Universale dei diritti dell'uomo, la Convenzione sui diritti
dell'infanzia e la nostra Costituzione le affidano. Nessun radicalese, ma determinato
radicalismo (questo si) nel rivendicare attraverso il rispetto di testi fondamentali
del diritto nazionale e internazionale, la centralità dei
bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze nei percorsi educativi e
di istruzione.
Proprio per come va evolvendosi la situazione penso che il contributo della LIP,
che recupera il meglio delle pratiche della nostra scuola di base e si pone,
in continuità con esse, obiettivi importanti per l'elevamento dell'obbligo in
una scuola inclusiva e attenta, sia importante in un quadro politico che sembra
smarrirsi nell'analisi di provvedimenti parziali che perdono (o vogliono far
perdere) sia complessità che unitarietà.
Concentrarsi sulla difesa di poche cose ma "concrete" come suggerito da Bonicelli
rischia appunto di prefigurare una guerra di trincea nella quale si debba a priori
decidere cosa abbandonare al proprio destino e cosa invece curare. L'esperienza
ci dice che una situazione del genere è destinata a generare continui arretramenti
e mediazioni dannose, soprattutto quando in gioco ci sono diritti fondamentali
quali quello dell'accesso ai saperi e alle conoscenze.
Credo che la LIP, arrivata ormai in Commissione cultura, sia oggi l'unica opportunità per
riprendere a parlare della scuola che vogliamo dentro le aule e fuori, alla politica,
con uno sguardo alto capace di rimettere in discussione le fondamenta, per poter
meglio comprendere, sia nelle relazioni educative quotidiane che nei provvedimenti
di struttura, cosa va nella direzione giusta e cosa invece no.
Milano, 22 novembre 2006
Marco Donati

