Cinque buoni motivi per andare a scuola.
Cinque buoni motivi per andare a scuola.
Gli ultimi giorni di scuola sono abbastanza
particolari e diversi da tutti gli altri. Come a volte si dice in un
finale di partita: tutti gli schemi saltano.
Cacioppo non
rinuncia a farti confessare se con la media del cinque punto sette tre
periodico rischia di avere il debito oppure no.
Mattarei insiste
nel volersi far interrogare, sei volte in un quarto d'ora, sullo stesso
argomento a scelta per cercare di risollevare le sue sorti in
matematica.
Brioschi che le ha tutte sotto tranne due – religione
ed educazione fisica – non demorde e continua a dichiararsi
moderatamente ottimista rispetto alla sua promozione.
E così ce ne sarebbero ancora da scrivere.
Il
clima è di estrema euforia, tutti quanti insegnanti compresi, non ne
possono più e non vedono l'ora che la scuola finisca. L'idea che
prevale è che comunque vada sarà un successo. Tutti sanno che non sarà
così, la tragicomica degli scrutini sta per essere messa in scena, ma
almeno per qualche giorno non ci si vuol pensare e vivere serenamente
dentro un banco o dietro a una cattedra.
In questo clima l'altro
giorno con gli studenti di seconda A ho deciso di mettere finalmente da
parte radici quadrate, equazioni, Teorema di Pitagora e quant'altro,
per leggere con loro un articolo sul giornale a proposito
dell'opportunità o meno di rendere pubblici gli esiti degli scrutini
alla fine dell'anno. La lettura è stata a tratti noiosa e a tratti
divertente. L'articolo e gli annessi commenti erano tutto un fiorire di
luoghi comuni e banalità. L'attenzione si è concentrata infatti solo su
una dichiarazione di un noto psicologo intervistato che più o meno era
così: gli studenti prima si domandavano perché studiavano il latino,
adesso invece si domandano perché vanno a scuola. Mi sono fidato
dell'esperto è non ho rivolto agli studenti la prima domanda, bensì
solo la seconda. La partecipazione al dibattito è stata notevole e
nessuno ha rinunciato ad intervenire, cosa non banale se si pensa che
di solito dopo la fatidica domanda “Ci sono domande?” l'unica mano che
si alza è di qualche studente che ti chiede di andare in bagno.
Siamo quindi giunti ad enunciare cinque buoni motivi per andare a scuola. Eccoli.
Partiamo dal quinto posto: le lezioni di educazione fisica, pari a circa sessanta ore in un anno.
E pensare che la Moratti le voleva pure dimezzare!
Non
è il momento di approfondire la questione, ma non ho dubbi sul fatto
che gli studenti si relazionino con gli insegnanti di educazione fisica
in modo diverso rispetto a tutti gli altri. Io per esempio in tutti
questi anni di precariato appena arrivavo in una scuola nuova sapevo
che loro sicuramente mi avrebbero ben accolto, rispetto ad altri
colleghi che inizialmente sono sempre un po' diffidenti. E poi c'è da
dire in più che loro in mezzo a questo clima di salutismo sfrenato,
fumano e anche parecchio, e questa cosa va solo bene
Passiamo al quarto posto: le ore buche, pari a circa forfettariamente dieci in un anno.
Gli
studenti adorano le ore buche, magari quelle dove non c'è neanche il
supplente perché, con la saturazione della cattedre a diciotto ore, il
povero vicepreside di turno non sa proprio chi mandare a coprire la
classe. Da questo punto di vista gli studenti sono estremamente devoti
alla Moratti.
Ed ecco al terzo posto: il cambio dell'ora, pari a circa forfettariamente cinquanta ore in un anno.
Gli
studenti non vedono l'ora del cambio, appunto, dell'ora. Alzarsi dal
banco e uscire dall'aula per parlare con i compagni, andare a bere in
bagno o fare una corsa alla macchinetta per prendere una merendina,
sono per loro momenti importanti di liberazione da spiegazioni,
verifiche, interrogazioni, note, richiami e altro.
Ci avviciniamo alla testa della classifica.
Il
secondo posto è stato assegnato all'uscita. È difficile quantificare
quanto tempo in un anno sia dedicato all'abbandono più o meno ordinato
dell'istituto. Tra il prima e il dopo, sempre forfettariamente,
quindici ore circa. Se a scuola ci stai bene non metti l'uscita la
secondo posto, ma per molti la scuola è simile a una galera e quindi si
dice, io personalmente non lo so, che non si veda l'ora di uscire di
galera, quindi la scelta è sicuramente ammissibile e non priva di
motivazione.
La scuola però non fa così schifo da non volerci
neanche entrare, perché altrimenti non si capirebbe come mai l'uscita
non sia la primo di posto. Infatti la prima posizione, senza ombra di
dubbio e fuori da qualsiasi discussione, è stata assegnata
all'intervallo. Complessivamente in un anno sommando tutti gli
intervalli si arriva cinquanta ore circa.
L'intervallo al primo
posto, momento topico della giornata, tanto atteso si consuma in un
attimo, dura molto meno di quel che effettivamente è. Il tempo per una
sigaretta, per mangiare la merenda, per incontrare amici di altre
classi, la morosa o il moroso, magari i tuoi ex compagni perché l'anno
prima sei stato bocciato e con quelli attuali non ti trovi.
Al
suono della campana che indica la fine dell'intervallo entri in aula ed
è deserta. Uno dopo l'altro arrivano, qualcuno si affretta, altri se la
prendono con comodo, altri ancora ti chiedono di andare in bagno,
perché come è noto andare in bagno durante l'intervallo è un'autentica
perdita di tempo. Chiudi la porta e qualcuno manca ancora. Arriva in
ritardo, si prodiga in scuse inventandosene di tutti i colori, alcune
anche molto divertenti. Prende posto ti guarda e ti fa capire con lo
sguardo che in quel momento preferirebbe essere davvero altrove.
Altro che gli esami non finiscono mai, per gli studenti dovrebbero essere gli intervalli a non finire mai.
Dopo
aver composto la classifica, con gli studenti ho fatto due conti. I
cinque buoni motivi per venire a scuola costituiscono circa il venti
per cento del carico orario complessivo, più o meno un'ora su cinque al
giorno. E il resto? Assolutamente di contorno, non è degno di nota, in
poche parole fa schifo. Le motivazioni forti vivono a scuola, ma al di
fuori dell'aula: palestra, corridoi, bagni, cortile, giardino.
Nell'aula si consuma la tragedia, fuori dall'aula si accumulano energie
per “starci dentro”.
Forse, io per primo, un pensierino su
questo dovremmo farlo, non solo come insegnanti, ma in generale come
adulti. Tanto o poco ai nostri giovani glielo dobbiamo.
Milano, 10 giugno 2006
Mario Piemontese

