SUL BIENNIO PROSSIMO VENTURO
di Pino Patroncini
L’idea che si debba portare l’obbligo scolastico
a 16 anni sembra essere parte del programma del governo di
centro-sinistra. La cosa naturalmente non soddisfa tutti. Per alcuni
l’obbligo scolastico a 14 anni bastava e avanzava. Lo si è visto col
precedente governo, il cui primo atto era stato la ritirata dal
“piccolo avanzamento” di Berlinguer, che l’aveva portato a 15 anni. Lo
si è visto con l’impapocchiamento del “diritto-dovere”, che obbligo non
era ma che mistificava la cosa. Tuttavia di gente che la pensi così a
sinistra, per fortuna, ce ne è poca.
Piuttosto saranno invece delusi
quanti si aspettavano un innalzamento a 18 anni, ma anche in questo
caso il fronte dei “diciottisti” si divide: una parte infatti pensa che
l’innalzamento a 16 sia solo la prima tappa di un successivo
innalzamento a 18.
Ma c’è anche chi, invece, l’innalzamento a
18 proprio non lo prevede e parla per il periodo 16-18 di obbligo
solamente formativo, laddove formativo sta a significare la formazione
professionale o l’avviamento al lavoro.
Merita attenzione questa
faccenda dell’obbligo formativo. Naturalmente si può sempre pensare che
è meglio di niente, ma c’è da chiedersi se il senso di un percorso di
studi obbligatorio debba essere questo. C’è all’origine del concetto di
obbligo scolastico una valenza civile e collettiva che va ben oltre
valenza utilitaristica individuale, contenuta nell’apprendimento di una
professione. Non a caso il rivoluzionario repubblicano francese
Hyppolite Carnot nel 1848 diceva “Poiché la Repubblica si distingue
dalla monarchia perché è il popolo che comanda, è interesse della
Repubblica che il popolo sia istruito” e persino nell’Italia
post-unitaria, che pure repubblicana non era, si parlava di
“coscrizione scolastica”, quasi si trattasse di un dovere patriottico.
Viene dunque spontaneo domandarsi che c’entri con tutto ciò l’obbligo
formativo.
Ma, tornando all’obbligo a 16 anni, anche questa
scelta, che pure può parere riduttiva, non va sottovalutata. Essa è
infatti meno scontata di quanto si pensi, anche se si tratta di un
obiettivo che ci si pone da tempo (almeno dalla metà degli anni
settanta) e di una misura in vigore nella maggior parte dei paesi
economicamente avanzati. Tanto per stare nella vecchia Europa è bene
che si sappia che l’Italia è l’unico paese in cui l’obbligo è a 14
anni: in Portogallo, Irlanda, Grecia, Lussemburgo e Austria è a 15 anni
mentre in tutti gli altri paesi, Est europeo compreso, è almeno a 16
anni e in Germania Danimarca Olanda e Belgio è già a 18.
Ma è
anche bene che si sappia che in tutti questi paesi l’innalzamento
dell’obbligo è avvenuto negli anni sessanta o settanta, in un momento,
cioè, in cui era predominante nella società una cultura
integrazionista. Era, cioè, il tempo in cui i governi, a prescindere
che fossero di destra e di sinistra, pensavano che il compito dello
stato fosse quello di favorire l’integrazione sociale e che la scuola
fosse l’istituzione pubblica che meglio poteva assolvere a questo
compito.
E non erano solo i governi: c’era una predisposizione
nell’opinione pubblica. Tutti pensavano che lo Stato e la società
dovessero fare qualcosa in tal senso.
Oggi questo non è più
scontato: né nell’opinione pubblica né nell’operato degli Stati. Vi
sono anzi diverse spinte alla disgregazione, la quale, secondo
qualcuno, crea più opportunità economiche e quindi più opportunità di
crescita della ricchezza e, alla fin fine, della società.
Queste
spinte si registrano nel tentativo di tornare a percorsi più fortemente
differenziati ad ogni piè sospinto, a scelte precoci, a forme di
segregazione scolastica. In Italia questa cosa la si è letta nella
separazione a 14 anni tra un percorso liceale statale e un percorso di
formazione professionale previsto dalla legge Moratti. Ma anche in
Spagna, ai tempi di Aznar, qualcosa di analogo è stato tentato con
l’introduzione nella scuola media di percorsi differenziati (di
avviamento al liceo, alla formazione professionale, al lavoro),
obbligatori in base all’andamento scolastico, oggi fortunatamente
soppressi dalla nuova legge di ordinamento del governo Zapatero . E in
Francia, volendo imputare alla scuola il fallimento sociale espressosi
nella rivolta delle “banlieues”, l’accesso all’apprendistato e alla
formazione di apprendista è stato proprio recentemente abbassato a 14
anni, quando i ragazzi sono ancora nella scuola “media”, che lì è di
quattro anni.
Ecco dunque che, definita formalmente la scelta
dell’obbligo a 16 anni, il problema si ripresenta sotto altra forma:
che tipo di obbligo? In quale tipo di scuola?
Nel caso italiano
non mancano coloro che insistono sul fatto che comunque dai 14 ai 16
anni non ci starebbe male un’integrazione con la formazione
professionale.
A volte si ha l’impressione che, chi sostiene
questa tesi, non sappia bene che cosa sia la formazione professionale
in Italia: c’è chi la confonde con l’istruzione professionale, ma in
questo caso non ci sarebbe problema essendo questa uno degli ordini in
cui da decenni si divide la secondaria superiore; c’è chi la confonde
con l’alternanza scuola-lavoro o l’apprendistato, e allora il problema
c’è ed è quello di un ragazzo che fino ai 15 anni non potrebbe neppure
entrare nel mondo del lavoro.
Ma, se chi sostiene questa tesi sa
bene di cosa parla e magari la sostiene dicendo che in tutti i paesi
europei dopo la scuola media si può andare in formazione professionale,
è bene avere chiaro una caratteristica strutturale della nostra scuola:
la scuola media italiana è nei sistemi europei l’unico ciclo medio che
duri tre anni, dagli 11 ai 14 anni di età dell’alunno. In quasi tutti
gli altri paesi la scuola media, sotto nomi diversi (college, educaciòn
secundaria obbligatoria, comprehensive school, secondary school,
gymnasios) o addirittura, come nei paesi scandinavi, sotto la forma di
ciclo superiore della primaria o della scuola di base , dura quattro o
cinque anni e/o copre un’età che va o dai 10 ai 15 anni (Germania), o
dai 12 ai 16 (Spagna, Belgio, Scozia) o dagli 11 ai 16 (Inghilterra e
Galles) o dagli 11 ai 15 (Francia, Svizzera) o dai 13 ai 16 (Danimarca,
Finlandia, Svezia, Norvegia) o dai 12 ai 15 (Grecia, Irlanda,
Lussemburgo, Olanda, Portogallo).
In un caso o nell’altro o
coincide con la conclusione dell’obbligo scolastico a 15 o a 16 anni o
si avvicina comunque di molto al 16° anno di età
Non si pone
dunque in questi paesi ( o, per lo meno, finora non si è posta) la
questione se l’obbligo scolastico, almeno fino ai 16 anni, debba essere
assolto nella scuola o possa essere assolto fuori di essa, ad esempio
nella formazione professionale. (1)
Fanno eccezione alcune
situazioni particolari: in Francia, Belgio, e nella recente legge
spagnola, ad esempio, è previsto che si possa entrare in corsi di
formazione professionale o di avviamento al lavoro anche senza aver
terminato le scuola media, ma solo dopo averne superato l’età limite di
15 o 16 anni senza successo. Per converso in paesi come la Germania o
la Svizzera dove la scuola media termina a 15 anni, il primo anno di
apprendistato o di formazione professionale, che dir si voglia, è
ancora un anno totalmente di scuola.
Negli altri paesi europei
dunque il ciclo intermedio copre grosso modo un’età che nel caso
italiano è coperta non solo dalla scuola media ma anche dal biennio
iniziale della secondaria superiore e praticamente quasi ovunque
risponde a quello che i francesi hanno ben chiaramente definito come un
biennio di osservazione all’inizio e biennio di oriententamento negli
ultimi anni.
Fa eccezione la Germania dove “l’orientamento” è
immediato e forzoso, determinato in uscita dalle elementari a 10 anni
in base ai risultati e canalizzato fin dalla prima “media” o in un
Gymnasium (pre-liceale), o in un’Hauptschule (pre-professionale) o in
una Realschule (pre-tecnico) oppure in una Gesamtschule (comprensiva).
Altrove ( Austria, Olanda, Belgio fiammingo), dove pure persistono più
scuole medie, struttura, discipline e programmi, soprattutto dei primi
anni, hanno però finito con l’avvicinarsi molto.
In alcuni paesi
come Francia, Belgio e Svizzera ( ma in tal senso sembra ultimamente
orientarsi anche la Spagna) la scuola media si divide in un ciclo
uguale per tutti nei primi anni e in un ciclo parzialmente
differenziato nella fase terminale: in Francia l’ultimo biennio è
diviso in tecnologico e generale, in Belgio in generale, tecnico e
artistico, in Svizzera in generale, tecnico e professionale. L’accesso
a queste due o tre pre-canalizzazioni è però libero e la loro scelta
non è vincolante per il percorso successivo.
A questo punto
però la struttura dei sistemi deve fare i conti con la scelta degli
alunni e delle loro famiglie e soprattutto con la sua evoluzione
storica. Così se in Francia nel 1975 l’utenza si divideva al 50% tra i
due bienni terminali della scuola media, oggi 9 alunni su 10 finiscono
nel canale generale.
E se in Germania negli anni cinquanta il 75%
dei ragazzi frequentava l’Hauptschule, pre-professionale, oggi più di
metà dell’utenza si distribuisce nella Realschule o nella Gesamtschule
mentre la Hauptschule si è praticamente ridotta ad un ghetto
dequalificato per i figli degli immigrati, che abbassa la qualità
complessiva del sistema scolastico (vedi i pessimi risultati
nell’inchieta Ocse-Pisa) e che, per la sua valenza segregante, è “sotto
l’asso di briscola” delle sanzioni dell’Unesco .
Ed è significativo
che anche in Spagna i due terzi dei ragazzi che continuano gli studi
dopo la secondaria obbligatoria scelgano il liceo (bachillerato) e solo
un terzo la formazione professionale, con grave pregiudizio per il
mercato del lavoro iberico, carente di quadri tecnici.
Si
verifica perciò in tutta Europa un fenomeno che ben conosciamo anche in
Italia: la maggior parte degli alunni tende a orientarsi verso studi
generalisti. Lo consentono situazioni migliori che in passato dal punto
di vista economico, ma lo determina anche il bisogno di rinviare scelte
professionali sia per le più alte e complesse competenze oggi
richieste, sia per le incertezze del mercato del lavoro. Si tratta di
un fenomeno in atto da tempo che va governato e non “sovraeccitato” o
lasciato allo stato brado, come è successo con la riforma Moratti, che
ne ha determinato un’impennata, che rischia di rivelarsi fatale per gli
studi tecnico-professionali italiani.
Stabilito dunque che a
livello europeo il carattere ancora prettamente scolastico di quella
fascia di scolarizzazione che da noi coincide col biennio è fuori
discussione, bisogna definirne l’articolazione. Da questo punto di
vista una struttura unitaria del biennio è inevitabile se si vuole che
corrisponda alle caratteristiche di inclusione, di orientamento e di
non pregiudizio per scelte future dell’alunno, caratteristiche che la
scuola europea tuttora ha nella maggior parte dei casi.
A meno che
quando si parla di Europa si voglia intendere non l’Europa che,
malgrado tutto, esiste ancora realmente, bensì quella che i vari
Berlusconi, Aznar, De Villepin vorrebbero realizzare.
______________
(1)
Tanto più che in questi paesi anche la formazione professionale dei
giovani è prevalentemente concepita come apprendistato scolarizzato,
vale a dire lavoro a tempo parziale più scuola a tempo parziale, in cui
si entra di fatto dopo il 16° anno di età. Una soluzione molto più
“repubblicana” di quella che prevederebbe una delega a entità diverse
da quelle scolastiche.

