Quanto discrimina la scuola italiana ?
Bologna , 21/09/2006
di Bruno Moretto
Sono usciti in poco tempo i dati delle rilevazioni dell’INVALSI e il rapporto OCSE PISA 2006.
Sono
così riapparse le prese di posizione di studiosi o politici che fanno
riferimento alle tesi di economisti come Checchi sulla forte capacità
discriminatoria sul piano sociale della scuola italiana, in quanto i
risultati degli studenti sono fortemente condizionati dalle condizioni
economico sociali e dal livello culturale delle famiglie.
Questa
tesi è offensiva per gli insegnanti italiani che, in maggioranza, si
sono impegnati in questi anni per combattere la disuguaglianza sociale
facendo riferimento esplicito agli artt. 3 e 33 della Costituzione e
alla funzione istituzionale e “civile” che deve avere la Scuola della
Repubblica.
Tale tesi è anche scientificamente scorretta se solo si
valutano i dati della ricerca OCSE PISA, che correttamente, a
differenza di INVALSI, oltre a somministrare test sulle competenze
linguistiche e scientifiche, incrocia i risultati degli studenti 15
enni con quelli sulle loro condizioni socio economiche e culturali.
La ricerca dimostra:
1) che in tutti i paesi sviluppati il livello culturale delle famiglie incide in modo decisivo sui risultati dei figli;
2) che altrettanto influiscono le condizioni socio economiche.
Pensare che ciò non accada anche in Italia sarebbe veramente curioso.
Il problema è capire quanto queste variabili incidano in Italia.
Ora
osservando sia il tasso di variazione nei test fra i risultati migliori
e i peggiori, sia le differenze nei risultati fra gli studenti che
provengono da famiglie di condizioni economiche basse o alte, sia
osservando il rapporto tra la probabilità che uno studente estratto a
caso dalla popolazione risulti appartenere alle famiglie di estrazione
più bassa e che lo stesso studente sia fra gli studenti più scarsi, si
può verificare che tutti questi indici collocano l’Italia sotto la
media dei paesi OCSE.
Quindi la nostra scuola si sforza di
combattere la disuguaglianza sociale molto di più di quelle di altri
paesi, in controtendenza con quanto accade nella società.
Tanto è vero che l’OCSE classifica il nostro sistema come “equo”, ma verso il basso.
I
veri problemi della nostra scuola sono altri e non si risolvono certo
con la competizione fra le scuole o con la loro aziendalizzazione.
Il
primo problema della scuola italiana è il livello complessivo di
competenze che vede i risultati dei nostri studenti sotto la media dei
paesi OCSE.
In particolar modo le competenze matematiche dei
nostri giovani 15 enni sono critiche; solo gli studenti di Grecia,
Turchia e Messico ottengono risultati peggiori.
Il secondo problema è il gap impressionante nel numero di diplomati e laureati rispetto agli altri paesi,
tanto è vero che nella popolazione attiva 25-64 anni la maggioranza
della popolazione non ha il diploma superiore (i diplomati italiani
sono il 48% contro una media OCSE di 67, ma non va molto meglio neanche
nella fascia 25-34 dove, nonostante il numero dei diplomati si
triplicato in 30 anni, resta ampio il divario: 64 contro 77).
E’
evidente che il basso livello di scolarizzazione incide sui risultati
degli studenti, ma allora il problema non è la scuola: occorre
innalzare il livello culturale della popolazione adulta.
Il terzo
problema del nostro sistema è che gran parte di queste differenze nei
risultati (che ripetiamo sono nettamente inferiori a quelle di paesi
come gli USA, la Germania, la Svizzera, ecc…) derivano da differenze
fra le scuole, mentre sono inferiori alla media dei paesi OCSE le
differenze nei risultati degli studenti all’interno delle singole
scuole.
Questo significa che le Istituzioni scolastiche italiane
svolgono una funzione omogeneizzante, cercando di portare tutti i loro
alunni ad un certo livello di competenza, indipendentemente dalle
condizioni di partenza, ma che pesano molto le differenze fra gli
indirizzi scolastici e quelle geografiche.
In questa situazione sia
la proposta del centro destra di “devolution” sia quella del Ministro
Fioroni di affidare la determinazione dei curricoli alle singole
Istituzioni scolastiche in nome di un’accentuazione dell’autonomia mi
appaiono completamente errate.
In realtà il nostro paese avrebbe
bisogno del rilancio della funzione costituzionale di una forte scuola
nazionale a cui affidare il compito prioritario di innalzare il livello
di competenze in particolare scientifiche dei ragazzi che vivono nelle
zone più disagiate del paese o che sono in condizioni socioeconomiche
difficili.
Non bisogna inoltre sottovalutare l’impatto dovuto dall’ingresso a scuola di giovani immigrati.
Occorrono
allora investimenti aggiuntivi sia materiali che umani nelle zone più a
rischio e nelle scuole con più problemi, seguendo la politica delle
“zone di educazione prioritaria” che sviluppò anni fa il Governo
francese.
Occorre inoltre una riforma complessiva che sappia
ridefinire le competenze e le conoscenze che tutti gli studenti debbono
possedere alla fine di ciascun ciclo e in particolare alla fine del
periodo d’obbligo.
Per riconfermare l’azione della scuola della
Repubblica quale Istituzione che contrasta le disuguaglianze è
necessario innalzare al più presto l’obbligo a 18 anni, un biennio
unico e lo spostamento degli attuali indirizzi al triennio.
Tutto
questo si potrà fare solo se la questione scuola assumerà il ruolo
centrale per il futuro del nostro paese che finora non ha certo avuto.
Bruno Moretto, segretario del Comitato bolognese Scuola e Costituzione

