SUL TEMA DEL BIENNIO
È necessaria una formazione che che educhi al socialmente utile che porti ragazze e ragazzi a cercare il socialmente giusto
1 ottobre 2006
Sono d’accordo sul concentrare le attenzioni di noi operatori scolastici sull’obiettivo del biennio unico formativo, è un obiettivo realistico e ci permette per ora di discutere prevalentemente di formazione di base più che di specializzazione. Per cui possiamo ragionare su un percorso formativo unitario dall’inizio della scuola primaria al secondo anno del biennio. Se poi questo inizio comprendesse l’ultimo anno della scuola materna (come accade anche in altre parti del mondo), e prevedesse un interscambio molto più strutturato tra docenti delle materne e primo anno delle attuali elementari, si risolverebbero in parte altri problemi tra i quali l’eccessiva lunghezza dei corsi di studio in Italia con relativi costi sociali e familiari, la garanzia dell’ultimo anno delle materne per tutti, con beneficio anche dell’occupazione femminile ecc.
A questo punto possiamo porci la domanda: che formazione deve conseguire un nostro studente di 15 anni, quali conoscenze e a quale “educazione” deve pervenire, cosa è necessario e fondamentale per lui per affrontare la società, e cosa necessita la nostra società dalle nuove generazioni? Provocatoriamente direi che se la nostra classe dominante occidentale ci sta preparando ad un futuro di guerra al resto del mondo, di immiserimento delle nostre classi popolari, e di estesa mistificazione della realtà attraverso la manipolazione delle informazioni e l’inibizione dei cervelli, forse dovremmo indirizzare la formazione su direttrici di maggior attenzione.
Una discussione sulla formazione di base fino al biennio non può non tenere conto delle contraddizioni e delle tendenze che emergono dalle nostre scuole, in particolare:
- Un marcato in calo, che sta assumendo le dimensioni quasi di tracollo, dell’ interesse verso le conoscenze ed i processi di conoscenza, in molti studenti ma anche in non pochi docenti. Sembra che a nessuno interessi più nulla, il mondo esterno sta riuscendo a distrarre ed alienare le attenzioni dei ragazzi, nonostante questi si confermino per ora generalmente ancora svegli e veloci di testa ma sempre più privi di background e di memoria storica e culturale, quindi indifesi, disarmati, ingenui e a rischio superficialità e manipolazione. Che questo declino culturale sia un fenomeno esteso a tutto l’occidente ed in particolare all’Italia lo dimostra non solo la realtà ma anche fior fiore di convegni; c’è addirittura chi sostiene che culturalmente stiamo tornando all’epoca pre-illuminista (v. antidarwinismo ecc.) come bisogno involutivo delle classi dominanti. Che sia una tendenza specificatamente occidentale lo dimostra significativamente il fatto che nella scuola, almeno in quella primaria, mediamente gli alunni di origine non-occidentale stanno conseguendo risultati scolastici più elevati dei nostri figli, anche se poi, per ora, si perdono alle superiori. Una riflessione su questo declino cultural-sociale generale si rende indispensabile per capirne meglio la natura e capire se l’ Istituzione Scuola può farvi argine o vi contribuisce colpevolmente (come è successo con la gestione Moratti). La possibilità di far argine dipende anche da quanto impegno/disimpegno ci vuol mettere il Governo nella Scuola: mi sembra che siamo in regime di “continuità” rispetto al precedente governo, almeno dal punto di vista finanziario. Non c’è ancora questa percezione allarmata delle tendenze in atto nella scuola. Inoltre riscontriamo anche una certa continuità politica: pensiamo alle oltre 10 000 assunzioni di insegnanti di religione fatte subito prima di procedere ai tagli (avessero per es. risparmiato su quelli reintroducendo la possibilità degli insegnanti di classe di fare “storia delle religioni” senza imprimatur della Chiesa) ; che salto in avanti avrebbe fatto la scuola italiana se avessero invece assunto 10.000 operatori interculturali? Hanno trovato i soldi per la missione di guerra in Afghanistan a spese della scuola, quindi si pongono altre priorità, non è questione di risorse che mancano.
- Il problema della globalità dei saperi (o della loro dimensione interculturale). Più avanza la globalizzazione, (e grazie anche all’immigrazione), più ci rendiamo conto che le conoscenze proposte dai libri di testo e da noi docenti sono parziali e fondamentalmente eurocentriche, spesso errate, frequentemente taciute (v. il Colonialismo italiano) o mistificate. Siamo come una rana che in fondo al pozzo ha sempre creduto che il cielo fosse grande come l’imboccatura del pozzo; globalizzazione e immigrazione ci sospingono verso l’imboccatura e man mano ci rendiamo conto che il cielo è molto più grande di quanto ci avevano fatto credere. Credo che la costruzione di una dimensione globale delle conoscenze, dei saperi, riguarderà il lavoro delle prossime generazioni di docenti. Manca ancora un estesa coscienza dei limiti eurocentrici delle nostre conoscenze (su cui occorre avviare un forte processo di “auto-coscienza”), occorre poi accedere alle altre culture, trovarne (non necessariamente) eventuali mediazioni o sintesi ecc. Un solo esempio: nel 2000 il congresso mondiale degli storici ha valutato la civiltà mongola del 13°-14° secolo come la più importante per la storia umana del secondo; che ne è nei nostri libri di storia? Lo zero assoluto. Quanti Giacomo Leopardi ha prodotto la civiltà cinese, indiana, persiana, olmeca che noi non conosciamo e ci siamo persi?. Non è solo un problema intellettuale: i nostri studenti, (e noi stessi già ora), avranno come amici o colleghi di lavoro o interlocutori via internet persone di altre culture del pianeta; di cosa parleranno se non ci sarà un background culturale comune ? quanto limitate saranno le loro comunicazioni e le loro sensibilità? Formare cittadini del mondo con saperi del mondo diventa un compito strategico della scuola di formazione. Questo è anche il valore aggiunto che la scuola italiana può dare nel prossimo futuro; non sono molte le società che possono trarre vantaggio da una presenza migratoria così diversificata come quella in Italia. La globalità, l’interculturalità dei saperi sono un valore che interessa tutte le classi, dallo studente italiano che andrà a fare l’operaio insieme ad altri operai egiziani, allo studente che per andare a disegnare i modelli di Fiorucci da vendere in India o Cina dovrà conoscere elementi delle loro culture. Qui occorre superare la dimensione provincialista della cultura e dell’identità italiana, e credo sarà un compito molto duro per la nostra scuola .
- Il problema della qualità dei saperi. Più che sulla quantità io terrei duro sulla cura e sviluppo delle capacità logiche, del ragionamento; addirittura introdurrei “Logoca/Logiche” come voce di valutazione nelle schede, o come curricolo trasversale. La logica/le logiche, la capacità di approfondimento è uno dei maggiori antidoti alla superficialità dentro cui vogliono ingabbiare i nostri ragazzi. Quindi ben venga tutto quanto favorisce il ragionamento nei curricoli, si diano ai ragazzi le capacità critiche per non essere disarmati davanti a inganni e mistificazioni globali. (Quest’anno, per es., si potrebbe presentare nelle scuole la proiezione dei filmati di controinformazione sull’ 11 settembre -digita su internet “inganno globale 11 settembre”-, sicuramente favoriranno il pensiero critico).
Svilupperei inoltre percorsi curricolari per favorire il pensiero creativo e l’immaginazione (perché no alla Storia fatta con i “se”, se lo scenario conseguente è un modello coerente?) La qualità dei saperi esige la riaffermazione di un punto di vista scientifico nella storia dell’evoluzione della vita e dell’uomo sulla Terra; la qualità dei saperi richiede che sia tolta la cappa che oscura e ritarda l’insegnamento della storia dell’ultimo secolo (a quanti studenti è stato presentato il colonialismo italiano?), ancor più necessaria per prevenire la rinascita di nazionalismi aggressivi e giustificazioni culturali allegate. Non lasciamo i nostri ragazzi indifesi e privi di memoria storica proprio in quest’epoca così pericolosa. A questo proposito mi sembra significativa e rilevante l’iniziativa delle scuole aggregate intorno al sito “Pavone Risorse” che hanno introdotto fin dalla quarta elementare il curricolo di geo-storia contemporanea, utilizzando la possibilità di modificare il 20% dei curricoli. La qualità dei saperi esige la globalizzazione delle conoscenze e l’uscita dall’euro/occidente-centrismo. La qualità dei saperi passa oggi attraverso l’affossamento delle Indicazioni Nazionali e l’intimazione alle case editrici: chiediamo libri con dimensione interculturale, con saperi globali, con presenti i punti di vista degli altri; chiediamo libri che rinfreschino la memoria storica e che abbiano spessore scientifico. - Una formazione che corregge i nostri ritardi nella contraddizione di genere. Sempre a titolo di provocazione/riflessione introdurrei nel biennio, ma anche prima, un qualcosa di simile all’economia domestica, al fine di formare un giovane quindicenne quasi autosufficiente nella vita quotidiana e meno maschilista. Saper stirare e cucire, fare una lavatrice e stendere, prepararsi un semplice pranzo, orientarsi nella spesa, rientra in una formazione di base che, se la famiglia è insufficiente, può dare la scuola. E aggiungerei anche qualche elemento base del “fai-da-te” domestico.
- Una formazione che educa al socialmente utile. Non sono d’accordo su una scuola/ famiglia che fino ai formali 18 anni deresponsabilizza lo studente, dal lavoro domestico alle responsabilità sociali, anche perché a quel punto il giorno dopo non cambierebbe nulla Occorrerebbe prevedere forme di responsabilizzazione che diano allo studente un senso di utilità sociale, magari anche retribuite, non mi è chiaro come ma credo che sia fortemente educativo, e anche richiesto. Anche il socialmente utile potrebbe essere immaginato come un curricolo disciplinare
- Una formazione che lo porti a cercare il socialmente giusto, alla convivenza/condivisione con le diversità, alla cittadinanza globale (internazionalista e quindi critica verso i neo- nazionalismi)
Insomma, vorrei che mio figlio quindicenne uscisse dal biennio- scuola e da casa avendo:
una buona capacità di ragionamento, rifugga i luoghi comuni
un atteggiamento di curiosità e di approfondimento verso le conoscenze e di ricerca verso il vero
un bagaglio diversificato di conoscenze-base e più globali possibili
elementi di pensiero creativo e capacità di immaginazione
le basi di una lingua straniera, ed un minimo patrimonio di frasi delle principali lingue degli immigrati
la capacità d’usare sufficientemente il computer, di documentarsi e navigare su internet
un buon rapporto di relazione e di scambio con i coetanei, con i diversi, con gli stranieri
la necessità di sentirsi socialmente utile, con un sentimento di giustizia ed uguaglianza sociale
la capacità di svolgere almeno le basi dei diversi lavori domestici
abbia sviluppato le proprie attitudini fisiche ed individuato le proprie potenzialità espressive, artistiche e musicali

